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La storia del pandoro

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Tipico dolce veronese, il pandoro deve il suo nome dalla contrazione di “pan de oro”: agli albori della sua nascita veniva servito sulle tavole dei ricchi veneziani. La pasta è soffice e di colore dorato, la ricetta è ricca di uova, e l’aroma è vanigliato. La forma è a tronco, con rilievi a forma di stella, di solito a otto punte, lo rende spesso, affettato, ideale per rivisitazioni farcite. La tecnica di preparazione non è semplice, prevede molte fasi di lavorazione, risultato di sostrati di versioni che trovano comunque la prima radice nel “panis “con fiori di farina, burro e olio citato dal cuoco di nome Vergilius Stephanus Senex, ai tempi di Plinio il Vecchio. La ricetta “moderna” risale, dicevamo, alla Verona dell’Ottocento, e sarebbe una trasformazione del nadalin.

Per potersi chiamare pandoro il dolce deve rispettare un rigido decreto fortemente voluto dalle aziende italiane che ha fissato gli ingredienti, solo burro al minimo di 20% nel pandoro, senza nessun altro grasso.

Nadalin. Fonte foto pasticceriamartiniflavio.it

Tra pandoro e panettone ogni anno c’è sempre una sorta di sfida durante le feste natalizie. Stando ad Aidepi, nel 2017 il pandoro è risultato secondo nelle scelte, mentre panettone è il preferito. Da dire, comunque, a chiusura, che gli italiani, che sia il veronese o il milanese, scelgono maggiormente la versione classica rispetto a quelle guarnite.

 

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